martedì 8 novembre 2016

La Fata Castanea, racconto di BIanca Gualco (3B)




LA FATA CASTANEA
di Bianca Gualco, IIIB

Sulle pendici di una valle verde, scaldata dal sole dal mattino al tramonto e ricoperta di boschi di castagno alti e frondosi e di prati dove si falciava un fieno profumato, viveva un uomo di nome Josephy.

Egli era il padre di sei bambini, che già cominciavano ad imparare il mestiere del padre: si occupavano delle mucche nella stalla, raccoglievano l’erba che il padre falciava e in autunno raccoglievano le castagne che fornivano i grandi alberi dei boschi. Era questo il loro cibo principale, insieme al latte e al formaggio che la loro mamma preparava.
Abitavano in una casa di pietra con un grosso camino ed un essiccatoio dove venivano seccate le castagne che sarebbero servite per il nutrimento invernale di tutta la famiglia.
Erano una famiglia felice perché avevano quanto gli bastava per vivere.
Un inverno freddo e piovoso la madre dei bambini si ammalò e presto morì perché non c’erano medicine per la sua malattia. Rimase il padre con i piccoli, dei quali non si poteva occupare da solo, così decise di trovare una nuova madre per i suoi bambini.
Anche questa nuova madre si chiamava Maddalena, come la loro vera madre.
E così passavano gli anni e altri fratellini arrivarono a riempire sempre di più quella casa; oramai erano dodici i figli, ma grazie al lavoro del padre e ai grandi alberi riuscivano a mangiare e ad avere legna per scaldarsi, foglie su cui dormire e utensili e mobili di quel legno magico che serviva per tante cose: culle, ceste, coffe da vendere al porto vicino, per il trasporto delle merci sulle navi.
Un giorno, però, al padre si presentò un’altra prova: anche la seconda moglie morì ed ecco che, preso dallo sconforto e dalla rabbia, andò nel bosco  e cominciò a prendere a colpi di ascia i tronchi dei vecchi alberi, che cominciarono a gemere sotto la scure.
Allora dal bosco ecco uscire la Fata Castanea, regina di quelle piante secolari, che disse a Josephy: ”Poichè non sei riconoscente verso quello che i miei alberi ti hanno dato, ecco che li farò morire e tu morirai con loro, di fame.“
Così fu: gli alberi uno dopo l’altro si ammalarono e cominciarono a seccare. Per il contadino fu un ben triste periodo, senza più il cibo che fino ad allora gli alberi gli avevano fornito.
Josephy decise di tornare nel bosco ormai secco e cominciò a piangere e a pregare la Fata Castanea di perdonarlo e di concedergli  una seconda opportunità.
Ecco che allora la Fata, intenerita, apparve e disse al contadino: “Poiché sei pentito e poiché ho compassione dei tuoi figli, ti indicherò un posto dove potrai trasferirti. Vedi quel monte alto sulla cui sommità si trova quel forte a guardia della città? Bene, sulle sue pendici getterai queste castagne dorate che ti dono. Là cresceranno alberi grossi, forti e generosi. Avrai una casa grande e tutto ciò che è necessario al vostro sostentamento. Li ti trasferirai e vivrà la tua discendenza”.
Josephy prese allora i figli, le sue poche cose, e attraversarono la valle fino a giungere sulla cima del monte.
I bambini corsero subito  a gettare le castagne magiche e immediatamente nacquero alberi enormi, carichi di frutti.
Lì si stabilirono ed ancora oggi vi abitano i suoi discendenti, che a volte narrano ancora la vicenda del loro antenato.
                                   

Nota dell’autrice: A parte i riferimenti alle vicende magiche questa è la vera storia degli antenati di mia nonna, che alla fine del 1700 furono costretti a scappare dalle alture di Rivarolo a causa della malattia degli alberi di castagno e a trasferirsi a Livellato, sul monte della Guardia

lunedì 19 settembre 2016

La Val Polcevera

Lavoro dell'anno scolastico 2014-2015 coordinato dalle prof. Caprile, Carlini e Rizzo.
Studiare il territorio che si vive per comprenderne le trasformazioni è un importante percorso che la nostra scuola da sempre porta avanti.

Ecco il power point realizzato dalla 1E, ormai terza, dopo un interessante percorso di geologia, chimica, storia e geografia.

Buona lettura

https://1drv.ms/p/s!AmJW4eVZ8C2Ld3LVRSlwBuIeHyg

lunedì 6 giugno 2016

Il silenzio dei tesori perduti




Un anno di lavoro per una grande soddisfazione, quella di avere fatto rivivere nell'immaginario delle persone che ci hanno seguito il fasto antico della nostra valle che un tempo ospitava per le vacanze estive le nobili famiglie genovesi.

Il percorso ha visto la collaborazione di due classi: 3a e 3d e diversi insegnanti: Prof. Calacagno, Prof. Collovà e Masnata per la parte di ricerca. Prof. Bellè per la cura grafica e la scelta delle immagini dei poster e Prof. Podestà per la realizzazione del video arricchito dal generoso contributo del Maestro Luppi Musso che ci ha donato la sua splendida composizione "Ricordi Muti".
Muto e solitario è ciò che resta del passato: il fantasma di una cappella anonima, invisibile, ma che nasconde ancora molti dei suoi tesori e che potrebbe rivivere per regalarci cultura, storia e bellezza proprio là in quella parte più marginale e forse degradata del nostro quartiere.

Un progetto importante quello promosso da Fondazione Napoli Novantanove: far salire in cattedra i monumenti, l'arte e il paesaggio per insegnare ai ragazzi che la bellezza che fa parte del nostro patrimonio deve essere custodita e lasciata in eredità alle future generazione: "Per tutti, per sempre" recita il motto del National Trust che abbiamo fatto nostro e che speriamo possa davvero toccare i cuori di chi ci amministra.






Ringraziamo la Sovrintendenza ai beni culturali e paesaggistici della Liguria per la concessione delle immagini dell'Archivio Della Rocca Morozzo.
Il Direttore di Palazzo del Principe Dott. Luca Leoncini per la collaborazione.
Giorgio e Terenzio Bassoli per le preziose testimonianze.
Ancora un grazie al Maestro Luppi Musso per la concessione del brano "Ricordi Muti".

mercoledì 4 novembre 2015

C'era una volta una maestosa villa.....

Già, c'era una volta....adesso rimane solo la spettrale presenza di una chiesa abbandonata. L'avrete notata tutti, sulla destra dell'Ipercoop di Bolzaneto: fantasma antico perso nel cemento e nella bruttura della periferia. Forse vi sarete chiesti cos'è, di cosa faceva parte quella chiesa che ha il fascino misterioso della storia. Tante volte, passando di lì, ci siamo soffermati a fantasticare su quell'edificio abbandonato, abbiamo immaginato la storia che è passata di lì e ci si è spezzato il cuore a testimoniare la progressiva distruzione di questa bellezza antica. Così abbiamo deciso di "adottare" questo pezzo di storia della nostra Valpolcevera. I ragazzi della 3A e della 3D parteciperanno al concorso "La scuola adotta un Monumento" proposto dalla Fondazione Napoli Novantanove e patrocinato  dal MIUR.
Le prime ricerche ci hanno fatto scoprire che la cappella è ciò che resta della imponente Villa Durazzo Cataldi risalente al XVIII secolo...molto interessante...c'è molto da fare, ma riusciremo a dare a questo prezioso monumento la dignità che merita! Seguiteci








martedì 27 ottobre 2015

Dalla Valpolcevera a Expo2015, il viaggio vincente della 3A


Il nome della nostra scuola è arrivato anche a Expo Milano grazie alla classe 2A (attuale 3A) coordinata della Prof. Anna Maria Collova'. I ragazzi hanno, infatti, partecipato ad un concorso letterario nazionale vincendo il primo premio con la seguente opera:

La bocca sollevai dal lauto pasto…
Nel mezzo del cammin della lezione
mi ritrovai perplesso ad imparare
la retta via per l’alimentazione.

Salumi e fritti son da evitare!
Ahi, quanto appreso dir è cosa dura…
La prima norma è non esagerare.

Privilegiar la frutta e la verdura
con vitamine e sali minerali
che in ogni lor stagion  ci dà Natura.

E’ meglio limitar grassi animali      
che gradivamo senza alcun sospetto
ma per le arterie son alquanto insani.

Gustar  i carboidrati è benaccetto            
vigor ed energia al corpo porti,
ne trae vantaggio anche l’intelletto.

Io e i miei compagni ascoltavamo assorti
di uova, carne e pesce le virtù:
contengon  proteine e rendon forti.

Di acqua dobbiam berne assai di più,
è salutare fare movimenti
e non oziar davanti alla TV.

Perché sian sani tutti i nostri denti
mangiam i dolci solo all’occorrenza
e ai coloranti stiamo un poco attenti.

Ed ecco verso noi venir la scienza
fatti non fummo a viver pigri e grassi
ma per seguir la dieta con coscienza.

giovedì 4 giugno 2015

Le storie di Villa Serra 1d


Al termine di un lungo percorso tra parchi, alberi e fiori culminato con la visita a Villa Serra, liberiamo la fantasia: ecco i racconti ambientati nel parco storico della Valpolcevera scritti dai ragazzi della 1D
IL CIGNO NERO
Tanto tempo fa dai marchesi Serra venne acquistato il territorio chiamato anticamente "Cà dè Galli". Nel 1860 il territorio venne dato a Orso Serra, lui decise di trasformarlo in un grandioso complesso alla moda. Dopo qualche anno di matrimonio con Virginia Conzio ebbero due meravigliose figlie di nome Matilde e Clara. Dato che i loro genitori erano occupati ad organizzare il proprio territorio invece che con i genitori le bambine stavano con tre fatine; erano magiche, ne esistevano poche al mondo perché la gente tagliando i boschi dove vivevano, le avevano quasi fatte estinguere. Dato che non avevano la loro casa nell'albero dove c'era la polvere magica per volare;questa diciamo riserva si trovava in mezzo alla laghetto. Il laghetto si trovava in mezzo al parco, non usciva acqua ma usciva polvere magica; non c'erano papere e anatre perché le due figlie del re erano allergiche, al centro della fontana c'era una gemma che era il centro di tutto il potere della polvere magica, prima che morisse ce l'aveva la regina delle fate. Le due ragazze cresciute in bellezza e in salute , non potevano avere amici, quindi stavano sempre chiuse nel parco e nella loro casa. Si dedicarono alla pittura infatti, ogni pomeriggio; di  nascosto perché dipingere in quest'epoca voleva dire non avere abbastanza soldi per andare a cavallo, ma a loro non piaceva nemmeno, preferivano dipingere e avevano comunque molti soldi per fare equitazione ma per loro era una cosa terribile, andavano nel boschetto dietro al laghetto. Si nascondevano sotto i vestiti la tela e i colori. Un giorno le inseguì un bellissimo cigno bianco, loro non accorgendosene, mentre dipingevano senza farlo apposta fecero cadere il barattolo di colore nero e cadde sul cigno e divenne tutto nero. Lo fecero vedere al re ovvero al loro padre e disse che ciò era una cosa sopranaturale, perché non esistevano cigni di questo colore, loro gli raccontarono anche il fatto del barattolo di pittura ma non ci credette. Allora Matilde e Clara lo portarono al laghetto per provare a toglierli il colore nero perchè se no il loro padre lo avrebbe intrappolato e venduto ma il colore non andava via. Allora fecero in modo che non succedesse. La prima volta che provarono ad intrappolarlo,le ragazze  misero le briciole di pane nelle tasche dei pantaloni delle guardie e liberarono le papere e gli morsicarono tutti i pantaloni; così il cigno ebbe il tempo di scappare. Ci provarono molte volte ma fallirono sempre, ma le aiutarono sempre le tre fatine con la loro magia. Dopo molti anni di potere i loro genitori  morirono e al trono passò a Matilde e Clara, si sposarono ed ebbero dei figli e, al cigno nero non venne più torta una penna!
Marta Nasso
DELITTO A VILLA SERRA
Il marchese orso non è morto per cause naturali, ma è stato ucciso da un suo rivale andato a vedere  la sua villa , forse l’ha ucciso perché  la sua villa era più  bella.
Andiamo a vedere  la scena di del delitto: .villa serra, situata nel comune di Sant’ Olcese.Appena entrati nella casa i poliziotti ci hanno portato al cadavere.Abbiamo cercato delle prove, ma non ce n’era neanche una .Quando mi sono girato, con la coda dell’occhio  ho visto un lembo di tessuto, l’ho preso: era di colore viola e nero, sotto c’era  un coltello con il marchio inglese: dato che il marchese Orso aveva costruito la casa in stile inglese, aveva anche gli utensili inglesi.
In cucina c’erano posate fabbricate in Toscana.Così  siamo partiti per visitare amici, parenti  e soci d’affari, ma non  abbiamo trovato niente .Ci mancava però ancora un testimone: la moglie ci  ha raccontato  che il marito aveva comperato pezzi di parchi in tutta l’Italia.Perciò siamo dovuti partire per visitare tutti i parchi in cui aveva fatto affari;siamo andati alla Venaria Reale dove Orso aveva comperato un albero per il suo parco ma il proprietario non aveva nulla contro la vittima. Poi siamo andati al parco delle Cinque Terre ma il proprietario era  morto la sera stessa in cui gli  aveva venduto il materiale:alberi e piante.L’ultima tappa era in Inghilterra dove Orso aveva visitato diverse case per poi farne  una copia in Italia, ispirandosi soprattutto  ad un parco chiamato Homeland United Kingdom.Abbiamo comprato il biglietto e siamo entrati: la casa e il parco erano identici a Villa Serra. Salendo le scale, abbiamo trovato le guardie che non ci hanno fatto assolutamente entrare. Il mio assistente, così, è andato a cercare un altro ingresso, mentre io distraevo i guardiani. Appena Watson mi fece un cenno io sgattaiolai dentro la villa. In cucina, trovammo le stesse posate che il marchese Orso aveva in cucina. Cercando il mantello, trovai una botola sotto la quale c’erano moltissimi vestiti, in particolare mi colpì un mantello dello stesso tessuto del lembo trovato sul luogo del delitto; era chiaro chi era il colpevole: il conte Van Hauten, proprietario della villa. Lo cercammo, ma lui era già in Italia dove voleva uccidere la moglie di Orso. Il giorno del funerale del povero Marchese, scorsi una figura sospetta, lo rincorsi sul tetto e lo catturai. Il conte assassino fu processato e condannato a 88 anni. Il Marchese Orso Serra, adesso poteva riposare in pace.
Christian Patalano
 Un giallo a Villa Serra
 A Villa Serra, viveva una famiglia inglese molto ricca, composta da tre figlie femmine, il padre e la madre.Le tre figlie erano molto diverse fra loro: c’era Marta che amava passeggiare tra i prati e fare il giro del parco, tanto che ormai lo conosceva a memoria; poi c’era Rachele che amava gli animali e se ne prendeva cura, infatti ogni mattina portava da magiare alle papere, infine c’era Brisella che era un po’ spericolata, amava lo sport, saltare e rotolarsi sui prati; le piaceva anche leggere e  imitava le scene del libro. Durante una festa non si trovava più la madre, era scomparsa, per molti giorni non si trovò più.
Un giorno però Marta, mentre passeggiava, trovò la madre uccisa nel lago, urlò e andò a chiamare il padre e le sorelle, pensarono e ripensarono a chi potesse averla uccisa e si ricordarono che al cameriere e al giardiniere non stava molto simpatica, allora chiamarono un amico di famiglia che era un ottimo detective e che lavorò giorno e notte, osservò sia il cameriere sia il giardiniere ma non trovò nulla, poi però trovò delle prove: un coltello e dei guanti sporchi di sangue. Allora andò dal signor Cambler e fece analizzare le prove, risalivano ad un uomo: allora convocarono tutti gli uomini della festa si presentarono tutti a parte George Bumber.
Pensavano fosse lui il colpevole lo invitarono a cena il detective lo analizzò con lo sguardo: era lui il colpevole. Chiamarono la polizia e lo fecero arrestare; le tre figlie e il padre vissero a Villa Serra finche anche loro morirono in un incidente in carrozza il 18 gennaio 1852.        
Matilde Galluzzo
L’antica Villa Serra
In un tempo lontano in una villa chiamata Villa Serra, tutto era buono e felice, il conte che ci abitava aveva avuto un figlio di nome Arthur. La madre di Arthur si chiamava Telemina. Quasi tutti i lavori li faceva lei, mentre il marito dormiva sempre. Un giorno, quando Arthur si svegliò non vide la madre (che di solito era lì a pulire), perciò si spaventò un po’, ma poi pensando che si fosse spostata in un’altra stanza, si addormentò.  Quando Arthur e suo padre si svegliarono, andarono in una e non trovarono il pranzo pronto. Così, mentre il conte piombava di nuovo in un sonno profondo, il povero Arthur cominciò a preoccuparsi, soprattutto al pensiero di chi si sarebbe occupato della casa, del giardino (on oltre 1300 piante di 170 qualità diverse) e  del cibo ora che la madre era scomparsa. Così andò dallo sceriffo che, però, non gli credette, allora pensò di risolvere il caso da solo decidendo di stare sveglio tutta la notte a investigare. La mattina dopo, dormiva come un ghiro, così comprò un aggeggio che lo schiaffeggiava per tenersi sveglio, cioè lui chiudeva un occhio e quello gli mollava un ceffone, praticamente uno schiaffeggia faccia. La notte successiva, girando e rigirando trovò una botola. Ma per aprirla serviva una chiave. La cercò per giorni, per mesi e per anni finché non la trovò appesa a un muro, proprio lì sopra. La aprì e scese la scala: 29.505 gradini. Giunto in fondo trovò tutte le cose che aveva perso nella sua vita. Andò a chiamare suo padre che, naturalmente, dormiva. Quindi si rimboccò le maniche e cominciò a portare su tutte le cose. Ed ecco, anche sua madre! Si era nascosta laggiù per costruire un marchingegno che facesse stare sveglio suo marito. Finalmente era finito, lo provò e funzionava. Da quel giorno tutti vissero felici e contenti , tranne il padre, che adesso era costretto a lavorare.
Francesco Provenzano
Le imprese del Re Serra
Alla fine del 1800, la famiglia Serra fece costruire un palazzo e una villa a Genova. Ben presto si accorsero che la guerra contro l’avanzata di Napoleone avrebbe recato loro tanti problemi. Allora, il Re Serra preparò cinquemila settecento soldati e fece costruire ottanta torri di guardia e procurò novanta barili di dinamite. La tenuta dei Serra non era più una villa, ma un campo di guerra. Poi, il re cercò degli alleati, ma durante la ricerca incontrò Napoleone che lo fece prigioniero.
Quando la promessa sposa del re venne a sapere che il suo amato era stato imprigionato, decise di partire con il fratello gemello del re, Federico e con 500 soldati per andare a salvarlo. Essi si imbarcarono nel porto di Genova in direzione della Corsica. Qui si trovava il castello di Napoleone in cui il re era stato catturato.
Federico, con i suoi uomini, si accampò nel bosco vicino al castello. Quando giunse l’alba, essi assediarono la fortezza e nel momento in cui Federico incontrò Napoleone, essi si sfidarono a duello. Napoleone morì con un colpo letale e il principe e i suoi soldati sconfisse gli uomini di Napoleone, liberò suo fratello e con luii si impadronì del castello. La famiglia Serra, vittoriosa, ritornò a Genova trionfante nella sua bella villa.
Mattia Marrale
Un racconto fantastico
Tanto tempo fa Villa Serra era abitata da una famiglia nobile che si chiamava Rosselli.Questa famiglia possedeva sei cavalli ben decorati e una carrozza tutta in  oro.Un giorno Agostino, Maria e i loro figli Alessandro e Michela andarono a fare una passeggiata attorno alla grande villa.Mentre camminavano, inciamparono in un solo di terra, così si chiesero se dentro nascosto, i fosse qualcosa; allora, tutta la famiglia si mise a scavare con una pala a testa. Alla fine, quando ebbero finito, trovarono il tesoro!Lo portarono nel loro palazzo e lo nascosero, dopodiché si rifugiarono in casa per pranzare. Dopo il pranzo, Alessandro e Michela andarono in camera al terzo piano dell’edificio.
Nella loro camera, accanto al letto, trovarono una grande porta, con una chiave infilata nella serratura. Allora, i due fratelli aprirono la porta ed entrarono: dentro trovarono un altro mondo, un mondo fantastico, on unicorni volanti dal corno d’oro, fate ed animali parlanti colorati. A Michela questo mondo piaceva un sacco, mentre ad Alessandro non piaceva affatto. I due fratelli si misero sopra un unicorno volante e lo cavalcarono, mentre lui faceva loro molte domande. Questo unicorno era molto simpatico, si chiamava Endol, era azzurro con un occhio verde e uno blu.
Michela e Alessandro fecero amicizia anche con una fata molto simpatia. Alla fine del giro, tornarono alla villa dove raccontarono tutto ai loro genitori che, però, non li credettero.
Giulia Privitera
Il fantasma di Villa Serra
Quando il Marchese Orso Serra tornò dal suo viaggio a Londra, fece subito cominciare i lavoro di costruzione del parco, ispirandosi ai terreni inglesi; le persone incaricate della costruzione erano due architetti provenienti uno da Londra (ma nato in Italia) conosciuto durante il viaggio, l’atro originario di Savona. Iniziarono i lavori nella parte entrale del parco, dove anticamente c’era una fontana. Iniziarono posizionando delle composizioni floreali in stile inglese, con fiori molto colorati, poi cominciarono a piantare gli alberi: cipressi, sequoie, pini, cedri, magnolie e aceri. I due architetti lavoravano anche di notte posizionando  fiori anche vicino alla lapide di Agostino Pinelli. Mentre piantava i fiori, l’architetto inglese sentì strani rumori provenire dalla lapide, ma non disse niente, poi vide muovere la terra e andò a chiamare il suo collega che non  gli credette e gli disse di tornare al suo lavoro. Così, il povero londinese cominciò nuovamente a lavorare, ma subito vide di nuovo la terra che si muoveva e sentì una strana voce provenire dal sottosuolo, ma non riuscì a capire cosa stava dicendo. Tornò, allora dal savonese che, stufo di sentire le sue lamentele, andò a controllare; non vide nulla, fino a che mettendo a dimora un’ortensia vide che la terra si muoveva per davvero. Così i due corsero a chiamare il Marchese Orso e gli raccontarono quello che era successo. Incredulo, il Marchese disse loro di tornare al lavoro e di spostare la lapide di Agostino. Nel momento in cui i due architetti cominciarono a muovere la lapide, ecco comparire il fantasma di Pinelli che, volò nella villa a spaventare il Marchese Orso e a dirgli di lasciare la lapide al suo posto. Il Marchese, terrorizzato, chiamò gli architetti e ordinò loro di rimettere subito la lapide al suo posto. Così fecero e nessuno mai più vide il fantasma di Agostino Pinelli.
Alessia Caponigro
Assassinio a Villa Serra
n una notte del 1811, quando il palazzo di Villa Serra era appena stato ristrutturato, Agostino Pinelli sentì un rumore provenire dalla cucina e chiese a sua moglie se stava bene. Carla non rispose, così si preoccupò e andò a controllare. Quando entro in cucina, trovò sua moglie morta on un coltello in mano. Tutti, compreso Agostino erano convinti che si fosse suicidata. L’unica persona a non credere a questo presunto suicidio era l’investigatore Carlo Cusani che accanto al sangue freso della vittima, trovò anche alcune gocce di sangue secco. Anche Agostino cominciò a dubitare che sua moglie si fosse suicidata perché la loro era una vita felice e non ne avrebbe avuto alcun motivo. Però non avevano nemici, erano brave persone….a pensarci bene, forse un nemico c’era, Enrico Cerino che aveva perso molti  a soldi giocando a poker con loro. Era convinto che Agostino avesse barato!
Il giorno dopo,  il detective Cusani andò a casa di Enrico. Cercò di fargli qualche domanda e alla fine l’assassino si tradì con le sue stesse parole. Venne messo agli arresti domiciliari dal giudice Sentes, un uomo grosso e di bassa statura. Quando Agostino venne a sapere la verità, tentò il suicidio, ma prima voleva assicurarsi che Enrico pagasse e si pentisse per il suo delitto. Poi, una sera, Agostino andò alla finestra e si buttò per raggiungere la sua amata Carla. Il detective Cusani, assistette impotente alla tragedia.
Una lapide sulla casa ricorda ai suoi futuri abitanti la tragica storia di Agostino e Carla Pinelli.
Federica Bozzolo
Lo Gnomo Pof a Villa Serra
Tanto tempo fa, nel lontano 1811, in quella terra che si chiamava “Cà de’ galli”, nel profondo del bosco, viveva uno gnomo con la barba lunga e blu, il naso rosso e dei piccoli occhiali da vista. Quello gnomo si chiamava Pof e vide la grandiosa storia di Villa Serra.
Un giorno, mentre fumava la sua lunga pipa Hobbit, Pof sentì delle voci al margine del bosco e, spinto dalla curiosità, andò a vedere di cosa si trattava. Quando arrivò vide due uomini: uno basso e magro e l’altro alto,  robusto e con una barba folta che assomigliava ad un orso. Il signore “orso” stava firmando un documento che aveva in mano l’altro uomo, poi, si strinsero la mano e “orso” guardò soddisfatto il bosco.
Il signore “orso” era infatti il Marchese Orso Serra che aveva appena comprato il bosco per costruire una grande villa. I lavori cominciarono subito. Gli operai tirarono giù gran parte delle piante ma la casetta di Pof non la vide nessuno perché il marchese volle lasciare un pezzo di bosco per avere un po’ di fauna selvatica, così Pof passò inosservato e assistette alla costruzione di Villa Serra, a volte anche interferendo nei lavori. Una volta, mentre gli operai erano in pausa, sbirciò nel progetto della costruzione della casa per il marchese e scoprì che era stato fatto un errore nelle fondamenta e la casa sarebbe crollata, così lo corresse e la casa è in piedi tutt’oggi.
Quando la villa fu finita e al posto del bosco sorsero abeti, cipressi, tassi e sequoie, Pof si divertiva a passare da un albero all’altro, ad annusare fiori variopinti e a parlare con animali strani nelle voliere o nei laghi. La villa era diventa un bellissimo parco dove viveva il Marchese Orso, sua moglie e i suoi figli. Così Pof riprese la sua vita di relax e pipa, finché, un triste giorno, il Marchese morì (1882) lasciando in eredità il parco e la villa  alla figlia Caterina. Gli anni con Caterina furono anni tristi, il parco si ingrigì: i cigni bianchi diminuirono e aumentarono i neri, le ortensie davano solo fiori blu scuro e il bosco si riempì di muschio.
Quando, nel 1938, Caterina morì nubile il parco passò all’Opera Pia” Lascito Matero Sciallero Piccaro”. Nella villa arrivarono i bambini e, con il loro entusiasmo infantile riportarono la felicità nel parco. Un giorno le suore portarono i piccoli nel bosco a fare una gita e scoprirono Pof, ma le suore di buon animo non lo dissero a nessuno e Pof diventò grande amico dei bambini.
oi scoppiò la guerra e i militari mandarono via i bambini e trasformarono la villa nel loro quartier generale. Pof, per l’ira, fece loro molti dispetti: un giorno quando i militari si svegliarono non trovarono più le loro scarpe sotto i letti perché Pof le aveva buttate nel lago, un’altra volta mise i dischi per il tiro al piattello dentro ai pancake che i militari mangiarono al mattino, ma uno gnomo non poteva sconfiggere un esercito e i militari distrussero gran parte del parco.
Finita la guerra il parco devastato fu abbandonato e Pof andò in una baita segreta nel punto più buio e folto del bosco, deluso. Nel 1982, con l’iniziativa di un anziano cittadino di Serra Riccò (che era un dei più giovani bambini che avevano vissuto a Villa Serra) e dei suoi figli, i comuni di Genova, Sant’Olcese e Serra Riccò ristrutturarono il parco e, nel 1992, fu aperto al pubblico. Durante l’inaugurazione alcune persone affermarono di aver visto un ometto piccolissimo con la barba blu.
Dal 1995 al 2004 gli operai (e Pof,  naturalmente) continuarono a intervenire per migliorare il parco e adesso Pof gira felice tra le sequoie, i cigni e le ortensie variopinte.
Geremia Cappagli
 Omicidio nella Villa 
A Villa Serra  viveva una famiglia composta da genitori e due figli;  secondo i genitori  il figlio minore era meno importante, fu cacciato di casa e nell’ enorme villa si perse. L’altro fratello decise di andarlo a cercare di nascosto, perche i genitori non volevano. Così la sera scappò in cerca di suo fratello Peter; al mattino i genitori si accorsero che il figlio non c’era così mandarono il maggiordomo a cercarlo   ( il figlio); dopo quasi tutta la giornata alla sua ricerca tornò a casa con il corpo senza vita del figlio che era morto con un coltello da collezione dei genitori piantato nel petto e un biglietto con scritto “Peter” (il fratello che era stato cacciato). I genitori erano spaventati ma non credevano che Peter fosse ancora vivo visto che ormai erano 15 anni che lo avevano  abbandonato; i signori  comunque preoccupati decisero di mettere delle guardie per la villa e il miglior soldato davanti alla casa.  Dopo alcuni giorni, non si preoccuparono più e così rilassati e tranquilli uscirono a fare una passeggiata, quando uscirono non c’era il soldato davanti alla casa, ma non si preoccuparono perché pensavano  che fosse andato a mangiare e, mentre passeggiavano, lungo le rive del lago  videro il soldato morto nel lago con dei petali sul petto attaccati conle spine  con scritto “Peter”.
I signori scapparono in casa e per un altro lungo periodo non si ebbero  più notizie del  killer di Peter. I signori ebbero altri due figli e presero un cane; il primo figlio secondo loro era più importante del secondo e questo era il motivo per cui Peter decise di rovinare la famiglia. Il padre non ne poteva più di stare in quella villa, così scappò e rimase la madre con i due figli; lei era dell’ idea  che il primo figlio fosse più importante,  infatti  (il primo figlio) dormiva con la madre. I ragazzi scoprirono tutto del accaduto di prima che nascessero, così  iniziarono ad avere timore anche loro. Una sera mentre dormivano la madre sentì  il letto bagnato  e penso che il figlio fosse impaurito  ma poi  scoprì che era sangue e il figlio era morto. Ormai  questa famiglia era maledetta da Peter  che non si sarebbe dato pace finche non avesse finito quello che aveva iniziato; la sera dopo, il secondo figlio, terrorizzato, dormì con il cane sotto il letto e ogni volta che sentiva un rumore che lo impauriva  metteva la mano sotto il letto e il cane gliela leccava e il ragazzo sapeva che non c’ era nessuno ed era tranquillo ma da sotto il letto spuntò un biglietto con scritto:-“i cani leccano anche da morti” e così il ragazzo vide il cane morto sotto il letto con la lingua di fuori e anche la madre impaurita allora …
Ad un certo punto  il ragazzo  si svegliò e capì che tutta questa storia è solo un suo brutto  sogno.
Riccardo Mistico